lunedì 30 settembre 2019
domenica 6 maggio 2018
martedì 31 ottobre 2017
Tibet, Giappone, Iran...meglio la cantina
Da oggi,
31 ottobre, Roma è più misera ancora, sempre più poveramente rinchiusa nel
perimetro dei suoi piccoli colli: chiude
il suo Museo Nazionale d'Arte
Orientale 'Giuseppe Tucci' .
Il
Museo è (era) ospitato nelle opulente sale di palazzo Brancaccio, l’ultimo
palazzo nobiliare costruito
a Roma, la cui storia è già un romanzo: voluto dalla ricca dama
newyorkese Mary Elizabeth Bradhurst Field, la cui figliola andava sposa al
principe Salvatore Brancaccio con una dote da un milione di dollari, ed eretto
su disegno del grande architetto Koch, il progettista della Banca d’Italia, di
Palazzo Margherita oggi Ambasciata
americana, dell’Esedra di Piazza della Repubblica, insomma dell’ultimo
fervore costruttivo di una vera capitale, se si esclude il successivo periodo
fascista.
Ma ahimè, questa magnificenza
costava un affitto.
E dunque la lungimiranza
ministeriale ha dapprima deciso che il Museo dovesse perdere la sua autonomia, poi
essere disciolto e inserito nel misterioso
"Museo delle Civiltà", che di altisonante ha solo il pomposo
nome e una sede raccogliticcia, l’Eur lontano da qualunque flusso turistico, e
soprattutto molto più costosa.
Ovviamente,
a questo trasferimento non seguirà alcuna esposizione, poiché per le collezioni, l'archivio
fotografico e la biblioteca non sono ancora disponibili gli spazi.
Eccoci
dunque privati per sempre – dato che non c’è nulla di più definitivo del
provvisorio - di uno dei luoghi di conservazione
viva della memoria di passati e luoghi, e persone e abitudini, e oggetti e preziosi, e vita quotidiana
e ornamenti e culto dei morti del Medio
ed Estremo Oriente .
Un
patrimonio proveniente da decine di
spedizioni dei nostri archeologi, unanimemente riconosciuti come i migliori al
mondo e dunque al mondo tra i più importanti e apprezzati: un patrimonio
infatti non frutto di razzie o bottini
di guerra come nel British a Londra o nel Louvre di Parigi, ma lasciati in
deposito da Paesi come l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq proprio a tutela dei
reperti .
Di
certo, nei magazzini al buio lo saranno ancor più.
Ma
soprattutto il Museo è stato un’autentica gioia degli occhi, e dell’anima, che
poteva rivedere e riconoscere
simboli e figure, e forme e colori di civiltà lontane che ritornavano alla coscienza chissà da
quali profondità, in cui le differenze
culturali non si annullano ma si integrano.Ceramiche invetriate, voli di pavone
su mosaici, gioielli moghul, antichi stupa , Buddha
Shakyamuni e bodhisattva della compassione, i restauri delle persiane Persepoli
e Isfahan, le lavorazioni finemente tessite con fili preziosi e antichissimi da
chissà quali mani, porcellane millenarie turchesi e ocra di Samarcanda...
e il meraviglioso percorso in Tibet e Nepal con lo “psicocosmogramma”
che lega appunto il microcosmo dell’ individuo e l'universo, lo schema dei sei mondi della rinascita:
inferni, spiriti famelici, animali, uomini, titani, divinità mondane.
E' stato
questo il meraviglioso, ultimo dono di
Giuseppe Tucci, il più grande, avventuroso, generoso esploratore del secolo
scorso, maestro di tutti i cercatori di quel mondo che è altro da noi, dal
nostro mondo (uno fra tutti, Fosco Maraini), a cui il Museo era
dedicato, e che al Museo aveva affidato
tutta la sua raccolta dei lunghi anni
avventurosi in Nepal, Tibet e Himalaya.
A questa si
era aggiunto poi il lascito della moglie Francesca, che aveva nominato il Museo
erede universale.
Che pena. Perché dunque tenere, sostenere tutto questo? Forse è meglio così.
Nessuna
“autorità”, né a Roma, né al Ministero,
nonostante l’accorata petizione che a nulla è servita, si è mossa.
Nel degrado
generale che mi pare ci invada, in cui la parola reperto ha il gelo di un
cadavere e non la gioia di un ritorno e di un riconoscimento; nella particolare “grande bruttezza” che
sta invadendo la capitale come una
lebbra, forse un vuoto così è giusto,
adatto, praticamente perfetto .
mercoledì 1 giugno 2016
Era una domenica di primavera del 1946
Certamente era una domenica della primavera del 1946, e la nonna Annamaria era uscita per partecipare alla Messa delle 11,00.
Nella primavera del '46 Annamaria non era ancora nonna, nonna di sei nipoti, soprattutto di noi tre femmine cresciute da lei: con durezza e dolcezza, con le tabelline (“devi imparare almeno fino al 4 prima di andare a scuola!), con meravigliose torte -sorpresa, con lo zabajone obbligatorio del mattino e il suo abbraccio caldo nel suo letto quando di notte piangevo.
Nel 1946 era ancora una signora di media età, alta e diritta, dai capelli neri ondulati (a "scale a scale", come li definiva lei), con le due figlie insegnanti, ancora ragazze, in casa, il figlio maschio adolescente, il marito (Nittiano! E sempre perseguitato dai fascisti! Ma lui sempre a dire la sua! ) ancora lontano.
Nonna incontrò in piazza "la contessa" : una donna minuscola, sempre attenta e sospettosa, le movenze e l’aspetto di un furetto.
Non ho mai saputo come si chiamasse davvero, il suo era un soprannome che in paese le avevano affibbiato per le sue arie da gran signora, perché da giovanissima era andata a servizio completo da Don Alberto, zio della nonna, rimanendoci per moltissimi anni fino alla morte dello zio.
Don Alberto, come era chiamato da tutti, era il farmacista del paese - di quando le medicine si facevano in laboratorio con mortaio e pestello – medicine che lo zio Alberto in gran parte regalava ai clienti, che non erano certo tutti signori, ma in maggioranza piccoli artigiani, contadini, braccianti poverissimi
( “e come si faceva diversamente? con tutte quelle creature malate... tutti a bussare al bancone, al portone, a tutte le ore …).
La “contessa”, appena vide la figura della nonna attraversare la piazza, si diresse con rapidità e decisione verso di lei, e le disse con entusiasmo: “Donn’Annamari’, avete sentito la radio? Putimm’ vutà pure nuie!”
La nonna rimase interdetta, perplessa assai. Dentro di sè penso: ”Noi chi? le cameriere?” però non lo disse, e chiese: “Noi chi?”
E la “contessa”: "Nuie femmine, donn’Annamarì, tutt' quante!”
E durante tutta la nostra giovinezza la nonna ci ripeteva sempre che non dovevamo dimenticare quella domenica del ’46.
Lo ripeteva a ogni appuntamento elettorale, referendum su divorzio e aborto compresi, che sostenne con grande coraggio e noncuranza delle critiche e dei commenti malevoli che riceveva da tutti (“… Mi meraviglio proprio assai di voi, donn’Annamaria, una donna così saggia, anziana..! “… E proprio perché sono saggia e anziana, e ne ho viste tante, di donne che hanno sofferto, che dico che le donne devono votare no!”) .
Noi che eravamo nate dopo non dovevamo "assolutamente ! " dimenticare quella domenica del ’46, quando così tardi fummo ammesse al voto, pure noi, finalmente.
Noi tutte, signore e cameriere, noi donne, e cittadine, finalmente!
Non lo abbiamo dimenticato, mai, e ora che sono passati settanta anni voglio ricordarlo qui.
mercoledì 22 luglio 2015
Fiorucci, la libertà sotto i putti vittoriani
Ieri Elio Fiorucci se n'è andato, e voglio ricordarlo qui con simpatia, gratitudine, affetto .
Gia, perché almeno quaranta anni fa - ben prima dei vari Moschino, Desigual, Custo-Barcelona - ha rappresentato la vera esplosione della fantasia (delle stoffe) al potere, e di stoffe di ben più alta qualità rispetto a quelle usate dagli stilisti qui citati.
Il negozio di Fiorucci era una novità vera, una fanfara che esplodeva in mille disegni, accostamenti, colori mai visti prima, che liberavano noi giovani donne (e ragazze e adolescenti), che finalmente avevamo da poco acquisito il potere di entrare in un negozio, e di scegliere da sole qualcosa da indossare, dalla scelta obbligata: gonna sportiva, chemisier, pantalone blu su- cui -va- tutto.
Il negozio anzitutto, il mitico spazio di Galleria Passarella, a san Babila a Milano: tutto rosa confetto (diventato poi uno dei colori tipici del marchio; dunque potevamo indossarlo, se ci piaceva, anche noi che non eravamo più neonate),traboccante musica pop e luci.
Il negozio darà poi dipinto da Keith Haring, ed era un incrocio fra la Londra di Biba e Mary Quant e una ironicissima rivisitazione dell'America degli Anni Cinquanta, con le sue innocenti pin up: ma era italiano.
C'erano le minigonne, i collages di pelliccia e denim, le prime "ballerine"; gli angeli avevano gli occhiali; le felpe non erano blu ma decorate come fumetti; gli abiti non beige ma un tripudio di fiori multicolori; i bracciali di caucciù; i costumi di gomma.
Anche le nostre belle produzioni italiane di paglia,cotone, rafia erano però esaltate, e indossare magliette (che nessuno chiamava ancora the shirt ) con mille scritte, non più solo "bianco- ospedaliero" era finalmente un piacere liberatorio.
Anche chi non abitava a Milano poteva "vestirsi Fiorucci", perchè Fiorucci era un creativo visionario e non un sarto- stilista, e dunque democraticamente apriva spazi un po' ovunque.
Quindi anche noi non milanesi potevamo conoscere e indossare, adattandola a ognuno di noi, la sua creatività libera e selvaggia, imprevedibile e citazionista, che saltava fra mondi paralleli che neanche conoscevamo: Andy Wharol, che per lui scriveva, Oliviero Toscani, che fotografò per lui, Ettore Sottsass, che aveva allestito il suo negozio di New York e persino una giovanissima Madonna, che comprava lì, dove suo fratello era commesso, i braccialetti del suo primo look.
Per esaltare ancora più la creatività, che sempre è anche contraddittoria, il logo di Fiorucci è l'immagine classica di due putti vittoriani, uno bruno e uno biondo.
I putti rappresentano il vero spirito e anima del marchio: la creatività gentile, l'eleganza della nostra vecchia cultura e dei suoi simboli, rinnovata in un presente libero e allegro, colorato e positivo.
Come non essergli grati, come dimenticarlo?
Gia, perché almeno quaranta anni fa - ben prima dei vari Moschino, Desigual, Custo-Barcelona - ha rappresentato la vera esplosione della fantasia (delle stoffe) al potere, e di stoffe di ben più alta qualità rispetto a quelle usate dagli stilisti qui citati.
Il negozio di Fiorucci era una novità vera, una fanfara che esplodeva in mille disegni, accostamenti, colori mai visti prima, che liberavano noi giovani donne (e ragazze e adolescenti), che finalmente avevamo da poco acquisito il potere di entrare in un negozio, e di scegliere da sole qualcosa da indossare, dalla scelta obbligata: gonna sportiva, chemisier, pantalone blu su- cui -va- tutto.
Il negozio anzitutto, il mitico spazio di Galleria Passarella, a san Babila a Milano: tutto rosa confetto (diventato poi uno dei colori tipici del marchio; dunque potevamo indossarlo, se ci piaceva, anche noi che non eravamo più neonate),traboccante musica pop e luci.
Il negozio darà poi dipinto da Keith Haring, ed era un incrocio fra la Londra di Biba e Mary Quant e una ironicissima rivisitazione dell'America degli Anni Cinquanta, con le sue innocenti pin up: ma era italiano.
C'erano le minigonne, i collages di pelliccia e denim, le prime "ballerine"; gli angeli avevano gli occhiali; le felpe non erano blu ma decorate come fumetti; gli abiti non beige ma un tripudio di fiori multicolori; i bracciali di caucciù; i costumi di gomma.
Anche le nostre belle produzioni italiane di paglia,cotone, rafia erano però esaltate, e indossare magliette (che nessuno chiamava ancora the shirt ) con mille scritte, non più solo "bianco- ospedaliero" era finalmente un piacere liberatorio.
Anche chi non abitava a Milano poteva "vestirsi Fiorucci", perchè Fiorucci era un creativo visionario e non un sarto- stilista, e dunque democraticamente apriva spazi un po' ovunque.
Quindi anche noi non milanesi potevamo conoscere e indossare, adattandola a ognuno di noi, la sua creatività libera e selvaggia, imprevedibile e citazionista, che saltava fra mondi paralleli che neanche conoscevamo: Andy Wharol, che per lui scriveva, Oliviero Toscani, che fotografò per lui, Ettore Sottsass, che aveva allestito il suo negozio di New York e persino una giovanissima Madonna, che comprava lì, dove suo fratello era commesso, i braccialetti del suo primo look.
Per esaltare ancora più la creatività, che sempre è anche contraddittoria, il logo di Fiorucci è l'immagine classica di due putti vittoriani, uno bruno e uno biondo.
I putti rappresentano il vero spirito e anima del marchio: la creatività gentile, l'eleganza della nostra vecchia cultura e dei suoi simboli, rinnovata in un presente libero e allegro, colorato e positivo.
Come non essergli grati, come dimenticarlo?
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